REINTEGRAZIONE DEL LAVORATORE PRESSO UN ALTRO PUNTO VENDITA E AVVIO POCHI GIORNI DOPO DI PROCEDURA PER RIDUZIONE DEL PERSONALE: IL LICENZIAMENTO É IN FRODE ALLA LEGGE

La Corte di Cassazione, con sentenza n. 29007 del 17 dicembre 2020, ha affermato che, qualora l’azienda avvii la procedura di riduzione del personale presso una unità produttiva pochi giorni dopo il trasferimento presso di essa di un lavoratore reintegrato in via giudiziale, in precedenza adibito a una diversa sede, è configurabile la nullità del licenziamento di tale lavoratore per frode alla legge.

Si tratta di una sentenza che può offrire spunti interessanti per le aziende articolate in più unità produttive, come sovente accade nel settore del retail e della GDO.

La vicenda trae origine da una pronuncia del Tribunale di Roma, con la quale era stato annullato il licenziamento di un dipendente di un gruppo del settore retail, con condanna alla reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro.

In esecuzione della predetta sentenza, la società procedeva alla reintegra, ma non presso il negozio dove il dipendente era in precedenza occupato, bensì presso un altro punto vendita, in considerazione dei mutamenti strutturali e commerciali verificatisi nel punto vendita originario.

Tuttavia, cinque giorni dopo la reintegra, la società comunicava l’avvio di una procedura per riduzione del personale mediante licenziamento collettivo di nove dipendenti, tutti addetti all’unità produttiva in cui era stato reintegrato il lavoratore, in quanto strutturalmente esuberante rispetto alle esigenze della società.

Il lavoratore impugnava, dunque, anche il secondo licenziamento, instaurando un procedimento ex L. n. 92/2012 (c.d. rito Fornero), con esito vittorioso. In fase di reclamo, in particolare, la Corte d’Appello dichiarava la nullità del licenziamento, perché intimato in frode alla legge, e condannava il datore di lavoro a corrispondere al lavoratore un’indennità risarcitoria commisurata all’ultima retribuzione globale di fatto dal giorno del licenziamento a quello della effettiva reintegra; secondo la Corte, infatti, l’operazione complessivamente realizzata dalla società, unitamente al trasferimento, era stata un mezzo per eludere l’applicazione delle disposizioni imperative in materia di limitazione alle facoltà datoriali di recesso e per sottrarre la società all’ordine di reintegra del lavoratore.

Avverso la sentenza della Corte d’Appello, proponeva ricorso per cassazione la società, sostenendo (tra le altre censure) che il concetto di frode alla legge è stato previsto dai legislatore solo per i contratti, non anche per gli atti unilaterali, quale il licenziamento; ed evidenziando la decadenza del lavoratore dall’impugnazione del trasferimento, ex art. 32 della L. n. 183/2010.

Le tesi della società, tuttavia, non hanno trovato accoglimento.

Innanzitutto, la Corte di Cassazione, premessa l’applicabilità anche agli atti unilaterali dello schema del contratto in frode alla legge (ex art. 1344 cod. civ.), e ricordato che tale fattispecie si caratterizza per il fatto di realizzare un risultato vietato dalla legge attraverso l’impiego di un mezzo di per sé lecito, ha condiviso la valutazione della Corte d’Appello: la serie di condotte poste in essere dalla società, ciascuna apparentemente lecita, risultava avere realizzato un meccanismo fraudolento, che aveva condotto alla definitiva espulsione del lavoratore dall’azienda.

Invero, secondo la sentenza, la società, nell’intento fittizio di ottemperare all’ordine di reintegrazione, aveva destinato il lavoratore proprio al punto vendita che già da tempo sapeva essere strutturalmente esuberante e in perdita.

In secondo luogo, la Cassazione ha condiviso le argomentazioni della Corte d’Appello anche con riferimento alla infondatezza della eccezione di decadenza dall’impugnativa del trasferimento sollevata dalla società. Infatti, nel caso di specie, il trasferimento integrava un elemento della complessa fattispecie frodatoria e, pertanto, non necessitava di essere impugnato autonomamente: l’avere tempestivamente impugnato l’atto finale della condotta illecita del datore (il licenziamento) esonerava il lavoratore dalla necessità di contestare la legittimità del provvedimento di trasferimento.

Il ricorso della società, dunque, è stato respinto.

In conclusione, nella vicenda in esame non paiono emergere censure specifiche rispetto al provvedimento datoriale – di per sé considerato – di reintegra del lavoratore presso un punto vendita diverso da quello dove era in precedenza occupato (in ragione di mutamenti strutturali e commerciali verificatisi nel negozio originario); e, invero, la giurisprudenza ha già giudicato che, sebbene l’ordine di reintegrazione nel posto di lavoro, emanato dal giudice nel sanzionare un licenziamento illegittimo, esiga che il lavoratore sia ricollocato nel luogo e nelle mansioni originarie, è salva la facoltà per il datore di lavoro di disporne con successivo provvedimento il trasferimento ad altra unità produttiva, laddove ne ricorrano le condizioni tecniche, organizzative e produttive(Cassaz. 30 dicembre 2009, n. 27844).  Tuttavia, nel caso di specie, secondo i giudici, in base a una valutazione “unitaria e non atomistica degli indici sintomatici dell’intento elusivo, che si esprime nel collegamento negoziale fra il trasferimento presso il punto vendita di (OMISSIS) ed il licenziamento collettivo”, si è imposta “l’evidenza di uno schema fraudolento ex art. 1344 c.c.”.

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CENTRO STUDI RETAIL E GDO

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